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Mario Caraceni e le parole del galateo

Torno saltellante e baldanzosa come una fanciulletta di tenera età dopo aver trascorso parte del mio pomeriggio a conversare amabilmente con una delle figure più rappresentative della grandiosa arte sartoriale italiana: il signor Mario Caraceni. Personaggio di indubbio charme, abbigliato con un elegante gessato grigio-blu (tutt’altro che scontato) vivacizzato da una cravatta rossa in tinta con il fazzoletto da taschino, sebbene di fattura differente così come correttamente prescritto dal galateo,  da vero gentiluomo mi saluta con una modernissima stretta di mano chinandosi leggermente verso di me come si usava ai tempi nei quali il baciamano ad una signora era ben più che una consuetudine.  
Mi accoglie nuovamente, così come ha fatto molte volte, nel suo “castello”, un luogo incantato nel centro di Milano dove si respira l’aria di una tradizione antica, intrisa di sapiente esperienza e mi cede il passo, così come si conviene ad un gentleman.
Discorriamo di abiti da cerimonia (accompagnavo un mio sposo) divertendoci a riflettere ad alta voce su quanto noi italiani siamo particolari nel voler necessariamente modificare nomi di abiti prettamente inglesi che di per se stessi vedrebbero come intrinseco il significato e le norme di utilizzo del capo stesso. Tight, ad esempio “Perchè mai dovremmo chiamare così un completo dall’originaria dicitura Morning Coat” afferma piccato il signor Caraceni “così poi finisce che le persone lo utilizzano anche di sera, allora chiamiamo Stretto!”. 
Ridacchiando come una scolaretta gli do ragione passando la mano su un meraviglioso tessuto da Smoking color blu notte (il mio preferito). “Ad esempio pochi sanno che lo Smoking originariamente non era affatto un abito” continua Mario Caraceni “bensì solo una giacca (smoking jacket) e neanche troppo lunga, di velluto o di seta, che veniva utilizzata dai gentiluomini alla fine dei loro momenti conviviali serali”
Effettivamente la servitù preparava la giacca da fumo al signore che, cambiandola con quella indossata durante la cena, faceva così in modo da preservare il proprio capo principale (nonchè la sua dama) da fastidiosi effluvi dovuti a tabacco e super alcolici consumati nella rilassatezza di una stanza a ciò dedicata”.
Per carità, devo dirvi che ciò mi era assai noto, ma vi assicuro che ascoltare questi racconti dalla vivida voce di una colonna portante dell’arte italiana è ogni volta come vivere la Storia…

Le 3 regole d’oro per il corretto utilizzo del tovagliolo a tavola

Durante questa lunga estate calda a tavola ne ho viste di indicibili. Se l’atmosfera vacanziera è foriera di risate e attimi goderecci, di cene con gli amici e momenti conviviali rilassati, la vista del tovagliolo simile ad un feticcio imputridito lasciato in bella vista sul tavolo o peggio assimilato ad una sacra sindone, e per questo motivo mai neanche toccato, ha del raccapricciante.

Ecco le tre regole d’oro per il corretto utilizzo del tovagliolo a tavola:

1) Il tovagliolo è parte integrante di una buona educazione conviviale e non va  dimenticato in un angolo accanto al piatto. Una volta che ci si sia accomodati al nostro posto avremo cura di appoggiarlo in grembo senza indugio. Quando sia più corretto farlo, se immediatamente dopo esserci seduti o all’inizio del pasto vero e proprio, non è cosa di particolare rilevanza. Come dire, fate un po’ come vi pare… E’ invece l’impiego di per se stesso ad essere obbligato.

2)  Il tovagliolo non va aperto completamente, ne’ tantomeno steso sulle cosce come se fosse una coperta di lana alla quale manchi solo il gatto per completare un idilliaco quadrettino. La cosa più corretta è spiegarne un solo lembo lasciando che il pezzo di stoffa rimanga delle fattezze di un rettangolo, con due lati ripiegati su loro stessi.  Durante la cena avremo cura di pulirci le labbra con la sola parte interna del tovagliolo che poi ripiegheremo nuovamente sull’altra. 

In questo modo otterremo due risultati: il primo sarà di nascondere a noi e agli altri le orribili macchie inevitabilmente prodotte sul tessuto, il secondo sarà di non sporcare i nostri abiti (o la tovaglia) in quanto tutta la parte imbrattata sarà chiusa all’interno dei due lembi. 

3) Una volta terminato il pasto, il tovagliolo non dovrà essere ripiegato bensì appoggiato seppur compostamente alla sinistra del piatto.

Ricordo che il tovagliolo si rivela un indispensabile amico pronto a soccorrerci pochi attimi prima di appoggiare le labbra al bicchiere per ingurgitare qualsivoglia genere di bevanda. Nulla è più spaventosamente stomachevole che doversi sorbire tutta la sera l’atroce vista del bicchiere orrendamente impiastricciato del commensale accanto.

Una questione di mano… a tavola!

Il galateo della tavola prescriverebbe due semplici regolette per l’uso della forchetta:
1) Quando la
forchetta è utilizzata con la mano sinistra, andrebbe sempre tenuta con i  rebbi (le punte) volti verso il basso. L’impiego precipuo infatti sarebbe quello di tenere ben ferma la pietanza per poterla porzionare con il coltello che, ovviamente, sarà afferrato e utilizzato con la mano destra. 
2) Quando la
forchetta viene invece tenuta con la mano destra, le punte andrebbero sempre rivolte verso l’alto in modo da poter raccogliere quanto vi è nel piatto.
Il galateo vieterebbe in maniera intransigente quanto invece vediamo fare oserei dire giornalmente, ovvero il passaggio
della forchetta da una mano all’altra. Dunque niente tagli all’arrosto con entrambe le posate (forchetta a sinistra e coltello a destra) per poi gustare le patatine con il solo uso della forchetta sorretta nella mano destra. 
Eh, no! Il bon ton della tavola imporrebbe una scelta definiva da prendere all’inizio del piatto e protrarre per l’intera portata… A voi la decisione di fare l’esatto opposto!

Ma cos’hai in testa? Per la serie “bad hair day”

Complici i giorni di pioggia battente alternata a schiarite improvvise con tanto di performance esaltante dell’agognato solleone, torna di moda anche nel nostro paese ciò che in Inghilterra è la prassi per quel che riguarda le occasioni formali, ovvero “avere qualcosa in testa”.
Che la capigliatura sia esosa e indomabile, a causa dell’umidità cittadina (degna ormai delle migliori annate a Caracas) o che sia invece svenevole, molle e inerte, per i continui sbalzi di temperatura, l’opportunità di contenere la massa tricotica è pur sempre qualcosa da prendere in considerazione. Non solo: farsene un vanto, un vezzo, un tocco in più, è quanto di più moderno e modaiolo possa esistere con buona pace di Carla Gozzi e adepte fashioniste di vario genere.
Attenzione però, meglio conoscersi a fondo e considerare l’accessorio da apporre sul crapino non solo in base all’abbigliamento ma anche alla circostanza, all’età e alla propria fisicità.
Allacciare il classico foulard, che tanto piaceva a Grace Kelly e Haudrey Hepburn, proprio sotto il mento o dietro la nuca al giorno d’oggi potrebbe rimandare il pensiero più alla “bella lavanderina” che ad una donna dall’eleganza senza tempo. 
Meglio dunque spremersi le meningi…
e cercare per questo raffinato pezzetto di stoffa alcune soluzioni alternative… Ad esempio:
Così come: fascia, mollette e cerchietto in testa potrebbero creare quel certo non so chè di bamboleggiante e infantile, più che di veramente glamour.
Bisognerà avere dunque un certo fisique du role!
Non dimentichiamo poi il cappello, preziosissimo alleato di momenti davvero “bad hair day” ma anche recettore di un milione di sguardi fulminanti di amiche (o se dicenti tali) colleghe o semplici passanti.
Est modus in rebus, dicevano gli antichi… Certo lo sguardo ammaliatore aiuta sempre, peccato siano in poche a poterlo sfoggiare senza millenni di prove allo specchio!

I Sì e i No di un giorno di pioggia a rischio crisi di nervi idrogeologica

Ci risiamo. Eccoci nuovamente vittime di una giornata a rischio “crisi di nervi idrogeologica“. 

Cominciamo dal principio: innanzi  tutto è lunedì di metà maggio, il che già potrebbe minare profondamente la stabilità psicofisica di chi si vedesse già per metà in panciolle sdraiato sul lettino a godersi il tiepido sole primaverile agognando un tuffo in acque cristalline. 
In secondo luogo sembra che “lassù” qualcheduno abbia bellamente ignorato i dettami del risparmio energetico globale lasciando aperte le cataratte. Non iniziamo bene.

Anche in una giornata così è però possibile identificare quelli che sono i comportamenti capaci di far spuntare le Erinni dai capelli e quelli che invece riescono perfino a strappare un sorriso, per quanto a labbra serrate.
Voglio essere positiva (e propositiva) quindi inizierò con dai :
1) Sì a chi sposta l’ombrello. Adoro le persone che gentilmente scostano l’ombrello quando le si incrocia in un marciapiede che sembra pensato più per i nani di Biancaneve che per persone normali. Qualche grado a destra, qualche virata a sinistra e il gioco è fatto! Anzi, nel tentativo di risultare cortesi con chi si avventura nella città quasi sommersa, si rischia perfino di imbattersi in qualche visetto a cui valga la pena di offrire un caffè (o di farselo offrire).
2) Sì alle auto che rallentano. Ringrazierò sempre infinitamente chi, dotato di quattro ruote e bene al calduccio dentro la propria autovettura, rallenta gentilmente all’appropinquarsi di noi poveri pedoni addossati al muro per evitare le inondazioni da sgommata cittadina.

3) Sì alle divise da pioggia. 

Amo alla follia le divise da pioggia: quelle dei vigili urbani, avvolti in mantelle lunghe e misteriose, a volte dotate pesino di copricapo affascinanti; quelle dei postini tanto vivaci e catarifrangenti da riuscire ad illuminare perfino il grigiore di queste giornate che sembrano aver dimenticato la luminosità che si cela oltre la fitta coltre di nubi; e infine quelle delle ragazzine che, divertite dalle cascate create da tetti disastrati e ponteggi improvvisati, giocano all’aperto sfoggiando ombrellini stravaganti, stivali di gomma dai mille colori e impermeabilini da far invidia a Laura Ashley, mixando fiori e righe, quadretti e pois in un tripudio di tinte dai toni brillanti e glamour.

Eccoci invece ai No: categorici, perentori, inflessibili:
Photo by Dolcedgiorno

1) No alle commesse scortesi che assalgono alla carotide il malcapitato che dovesse avventurarsi all’interno del negozio traendosi in salvo dallo scroscio esterno mantenendo nella mano l’ombrello (oramai molto più simile a un feticcio) zuppo e stentato. Certamente l’ombrello annaffiato e gocciolante costituisce un problema per la salvaguardia degli oggetti in vendita, meglio allora fornire la clientela di simpatici sacchettini di plastica usa-e-getta piuttosto che imporre all’avventore di abbandonare all’entrata l’unico baluardo di salvezza dai diluvi imperanti.

2) No a chi, seppur dotato di parapioggia, si spalma ai muri camminandovi rasente perdipiù non spostandosi di mezzo millimetro anche quando dovesse incontrare qualche personaggio che, bagnato come un pulcino, tenta di evitare la disfatta finale tentando di guadagnare il ritorno con mezzi di fortuna.

3) No al furto dell’ombrello in giornate di pioggia battente. Capita, spesso, soprattutto quando si ha al seguito almeno due figli, il computer, la borsa della spesa e il giornale. Semplicemente un crimine che grida vendetta, sorda e molto bon ton, ma pur sempre vendetta.

Sorridiamo, piove anche oggi!

Il senso del cappello per le donne

Termina Orticola anche quest’anno, un evento, così come un luogo (fisico e dell’anima) molto caro ai milanesi e agli amanti del fiore in generale, quest’anno con qualcosa in più. Un ritorno al copricapo femminile, tra il serio e il faceto, arricchito d’ogni genere d’orpello floreale. 
Che non sia semplice indossare cappelli, quale che sia il loro genere o la foggia, cosa assai risaputa eppure sarà la voglia di rinnovamento, sarà la crisi imperante che suggerisce un tocco di bon ton in una melanconia diffusa… Insomma, complici i profumi e i colori di una seppur piovosa Primavera le signore di Orticola hanno rallegrato la folla esibendo con grande femminilità uno dei simboli della più deliziosa signorilità, ornato di boccioli e materiale vegetale a volte anche poco usuale.
Un cappello per celare il volto agli sguardi altrui, un cappello per contenere i pensieri nascosti della mente, un cappello per dare un tono a un abito semplice, affezionato al nostro cuore, ma anche per vestire di contegno una certa “povertà tricotica” conferendo quel tocco di mistero che ogni donna, in fondo al cuore, desidera.  Un cappello per ogni occasione insomma. Perché quando si inizia non si smette più!

Cucina e bon ton alla Milano Food Week 2012

In occasione della Milano
Food Week, l’esclusiva scuola di cucina del Four Seasons Milano, seguita
dall’Executive Chef Sergio Mei, esce dal suo spazio abituale.
La famosa lezione del sabato mattina, che si è arricchita con
il contributo dell’esperta di bon ton e galateo Giorgia Fantin Borghi, verrà
proposta nella suggestiva cornice di Palazzo Giureconsulti, a Milano. Giorgia Fantin Borghi sarà, così, nuovamente al fianco dello
Chef Sergio Mei per svelare come unire le regole del gusto a quelle di una
perfetta convivialità, in un sorprendente percorso tra alta cucina e buone
maniere. Un appuntamento da non perdere per imparare a comporre un menù
armonioso, scegliere le migliori materie prime, ricevere ed accogliere gli
ospiti secondo le antiche regole del galateo, con un gusto a cinque stelle. 
La speciale lezione
si terrà mercoledì 23 maggio dalle 21 alle 22.30 a Palazzo
Giureconsulti, in Via Mercato 8 e sarà aperta al pubblico, che potrà assistere
all’esibizione. 

La borsa che fa lo stile ma anche il bon ton

Indispensabile accessorio per ogni donna, la borsa è divenuta un elemento di grande riconoscibilità, un segno distintivo dello stile di signore e signorine che spesso affidano a questa una parte consistente della propria esistenza.
E’ usuale che la borsetta, di misura variabile certamente, contenga oltre al portafogli (la cui mole è spesso determinata dalla borsa medesima) anche una certa quantità di elementi indispensabili alla sopravvivenza cittadina di ogni giorno: mezzi di comunicazione e intrattenimento (telefoni,  i-Phod); fattore “beauty” (spazzola, rossetto, rimmel…) senza dimenticare i “salvavita” femminili legati alle innumerevoli e differenti occasioni della vita, dal calo di zuccheri all’incontro amoroso estemporaneo. Ma, tralasciando le questioni meramente pratiche e quelle sfacciatamente glamour, sappiamo esattamente quale sia il galateo della borsetta?
La più stringente eleganza femminile imporrebbe la grandezza di questo complemento dell’abbigliamento femminile inversamente proporzionale all’orario di utilizzo, leggesi: più di buon’ora si utilizza questo accessorio maggiori potranno essere le sue dimensioni, ma più si proseguirà nella giornata e più ridotti dovranno divenire anche i volumi della nostra fedele alleata di femminilità.
Ecco dunque apparire borse e borsosi nel più fantasmagorico stile “mi porto in giro anche la casa” per essere certi di non dimenticare proprio nulla. Idea questa affatto trascurabile anche se molto spesso si potrebbe dare più l’impressione di essere in partenza per il week end, più che per raggiungere il posto di lavoro.
Le meravigliose business bag moderne poi, leggere e capienti ma non eccessive, consentono a tutte le signore  di portare con loro un gran numero di carte e cianfrusaglie di vario tipo, mantenendo però, oltre ad un aspetto per così dire modaiolo, anche e soprattutto una postura gradevole, evitando l’effetto “torre di Pisa” dovuto al peso eccessivo di una borsa esosa. Per il pomeriggio sono indicate le così dette “borse da passeggio“, quelle meravigliose e costosissime creazioni che gli stilisti più in voga ci hanno sempre propagandato come irrinunciabili. 
Così largo ai modelli con manico corto da portare a mano o appese all’avambraccio, stando molto attente a dove si appoggino per non vedere sfumati in pochi istanti i sacrifici di mesi di lavoro. In questo caso il bon ton ci salva prescrivendo che una borsetta mai e poi mai va appoggiata in terra.
Finiamo dunque con le ore notturne, quando il calare del sole e le luci soffuse della città ci incoraggiano ad un abbigliamento più adeguato agli incontri serali. In questo caso il galateo prescriverebbe di eliminare tutti i manici dalle borsette (a meno che questi non siano composti a forma di bracciale, adatti ad essere calzati al polso) e mantenere solo modelli di ridotte dimensioni, anche se di differenti fatture.
Seguiremo poi le regole del bon ton e menterremo sempre la borsa stretta nella mano sinistra perchè la destra rimanga pronta a stringerne altre in affettuosi saluti o a sorreggere il nostro drink preferito.
A tavola appoggeremo la borsetta su di uno sgabello apposta, se presente, oppure la posizioneremo in un angolo comodo appena dietro alla schiena, se ciò non fosse possibile per rischi di cadute rovinose della clutch la manterremo in grembo, sotto al tovagliolo.
Vale ancora la vecchia regola dell’abbinamento borsa-scarpe? 
Io dico… assolutamente sì perchè è molto meglio un dettaglio curato in più che uno in meno, nessuno ci bada ma tutti lo notano!

L’orologio nel piatto (ovvero la posizione delle posate quando si mangia)

In fatto di buona educazione, come si sà, gli usi si modificano notevolmente con l’andare dei secoli. Abitudini ben radicate del secolo scorso sembrerebbero oggi, non solo un po’ obsolete, ma addirittura completamente fuori luogo. 
Nelle regole del galateo, materia quindi elastica e flessibile (al contrario di cerimoniale e protocollo), vi sono però alcune ragioni di fondo che ne identificano la nascita e l’utilizzo, sempre per un unico scopo: il miglioramento della cooperazione sociale e quindi della vita stessa, essendo noi non eremiti in luoghi sperduti e dimenticati, ma parte di un contesto che in qualche modo ci contiene.
A questo proposito parliamo di “orologio nel piatto” ovvero di quelle regole della tavola che descrivono le corrette posizioni delle posate quando si mangia. 
Nei trattati di galateo e bon ton si trova un po’ di tutto, com’è lecito che sia, ma in realtà le norme esistono per alcune specifiche ragioni. Vediamo nel dettaglio.
Posizione delle postate nel piatto – La pausa
Se durante il pasto di vuole fare una pausa, ad esempio per bere, mangiare un po’ di pane o servirsi di altro, e le posate sul piatto fossero due, ad esempio coltello e forchetta, la posizione corretta del coltello durante questo intervallo dovrebbe essere con il manico  appoggiato a destra, sul piatto, ad ore 16 con la lama rivolta verso il centro del piatto stesso. La forchetta invece dovrebbe essere posizionata con il manico appoggiato a sinistra ad ore 20, sempre sul piatto, con i rebbi (ovvero le punte) rivolti verso il basso a formare una sorta di piramide, accostandoli alla punta del coltello ma senza formare una X. Questo segnale convenzionale significa che non abbiamo terminato il nostro pasto ma che, per l’appunto, ci stiamo concedendo una pausa. 
Posizione delle postate nel piatto – Fine pasto
Per concludere il pasto entrambe le posate dovrebbero essere posizionate con il manico appoggiato al piatto ad ore 18,30: il coltello starà a destra con la lama all’interno e la forchetta a sinistra con rebbi rivolti verso l’alto. 
La ragione del posizionare le posate ad ore 18,30 (e non ad ore 16,20 come comunemente si crede) sta nella possibilità di agevolare il cameriere, o chi ci aiuta in tavola, nello sbarazzo del piatto medesimo cosa che con il posizionamento ad ore 16,20 avverrebbe con meno facilità.  
Il problema si porrebbe inoltre quando la posata da riporre fosse unica, un solo cucchiaio ad esempio. In questo caso se lo posizionassimo a destra, ad ore 16,20 anche solo per attendere qualche minuto prima di terminare la pietanza, il segnale risulterebbe ingannevole
Da ricordare dunque di non appoggiare mai i manici delle posate sulla tovaglia perchè, come diceva la mia nonna Wanda, “Per le regole del galateo c’è sempre un perché”.