Calligrafia: esempio di buona educazione.

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Come riprendeva ieri dalle pagine del Corriere delle Sera l’illustre Fulvio Scaparro, docente di Psicopedagogia e Psicologia, nonchè mio esimio (ed indimenticato) professore ai tempi dell’Università, stiamo celebrando da tempo la perdita della calligrafia ovvero della “bella scrittura”.
Nulla ha a che fare con questa mesta considerazione il fatto che sempre più si utilizzino mezzi di comunicazione che poco sfruttino i graziosi svolazzi di una bella frase scritta in semplice italico.
Riflettiamo su quanto ci stupisca oggi il ricevere un messaggio non dico ben scritto, ma più semplicemente appena comprensibile, letto su un pezzo di carta effettivamente tangibile e non virtuale, meglio ancora se gradevole al tatto e preziosa nella tramatura.
Sembra quasi che questa pratica, ormai in via di decadimento, possa perfino riuscire ad elevare il fiero autore ad un più alto rango socioculturale mentre, se solo ci fermassimo a ripensare ai tempi delle nostre nonne, ci sovverrebbe come gli esercizi di calligrafia fossero di uso comune e come anche le istituzioni scolastiche ponessero grande attenzione all’argomento.
Quisquilie? Forse.
Non si pretende certo un messaggio al capoufficio scritto in carattere gotico o in Onciale, eppure concordo con il Professore che l’uso di una scrittura a mano chiara e comprensibile sia invece irrinunciabile segno di educazione, gentilezza e cura non solo verso il prossimo, ma in primo luogo verso noi stessi, per non lasciar cadere nell’oblio quelle “sudate carte” di antica memoria.
1 commento
  1. Anonimo
    Anonimo dice:

    Sono assolutamente d'accordo, anzi ho in questi giorni acquistato un kit di pennini e un libro di "calligrafia for dummies" per ri-iniziare ad avere "padronanza" dello scritto a mano; ho ventotto anni e mi vergogno a non saper neanche piu scrivere la lista della spesa con una normale penna a stilo 🙂

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